diario di viaggio in giappone

diario di viaggio in giappone

La prima visita in Giappone - seppur breve - mi cambiò nel profondo. Si trattò di uno scambio studentesco organizzato dal Rotary Club, nell'estate tra la quarta e la quinta superiore. Mi innamorai perdutamente di questo meraviglioso Paese, della sua cultura, delle sue tradizioni, dei suoi contrasti.

Tornai in Italia con il solo desiderio di volare nuovamente in Giappone, e grazie a tanta determinazione - e un pizzico di fortuna - l'occasione che aspettavo si presentò dopo pochissimo tempo.

Il Liceo Artistico che frequentavo all'epoca (il Liceo Artistico I° di Milano, oggi Liceo Artistico di Brera) è infatti gemellato dal 1992 con la Kogei Senior High School di Osaka, scuola d'arte che vanta - tra le altre cose - uno dei migliori laboratori fotografici di tutte le scuole superiori giapponesi. Fu quindi possibile organizzare una borsa di studio della durata di un intero anno (frutto della collaborazione tra il mio liceo, la Kogei Senior High School, il Y's Men's Club e la città di Osaka) per permettermi di tornare in Giappone dopo la maturità, e poter così frequentare i corsi di fotografia e scultura della Kogei.

giappone dalla A alla Z

 

Diario di viaggio Approfondimenti A-M Approfondimenti M-Z
» Himeji
» Hiroshima
» Hokkaido
» Itsukushima
» Kobe
» Kyoto
» Nara
» Osaka
» Tokyo
» aikido
» animazione giapponese
» cerimonia del tè
» cucina giapponese
» film e cinema
» geisha e maiko
» giardino giapponese
» libri e narrativa
» manga
» matsuri
» momiji
» onsen
» origami
» religione
» sakura
» samurai
» tombodama
» ukyo-e

Si ringrazia Wikipedia per i link di approfondimento contenuti in tutte le pagine sul Giappone.

il primo viaggio

 

La famiglia Tsumura, che mi ospitò per un mese, mi dimostrò un affetto che non avrei mai osato sperare, e si prodigò in mille modi per rendere il mio soggiorno davvero indimenticabile. Nel giro di un solo mese mi portarono a Osaka, Nara, Kyoto, Kobe e Tokyo. Visitammo il museo dedicato a Osamu Tezuka - padre dell'animazione giapponese - creatore di Metropolis, Astro Boy, Kimba il leone bianco, La principessa Zaffiro, Black Jack e molti altri, e un'esposizione delle tavole originali di Tetsuya Chiba, autore di alcuni grandi manga come Ashita no Joe (Rocky Joe). Assistemmo ad un magnifico spettacolo di bunraku, visitando poi il backstage per comprendere meglio questa particolare forma di teatro tradizionale. Mi portarono nell'atelier di kimono di un loro amico, che me ne fece indossare uno da sogno. Scalammo il monte Fuji con altri ragazzi del Rotary Club provenienti da tutto il mondo. Ci divertimmo per un intero weekend a Tokyo Disneyland. Indossammo lo yukata (kimono estivo in cotone) per partecipare al mio primo matsuri (festival estivi, generalmente organizzati dal tempio locale). La mia "sorella" giapponese, Miki, tornò con me in Italia e fu ospite a casa mia per il resto dell'estate, dandomi tra le altre cose l'occasione per scoprire e apprezzare alcune località italiane che non avevo mai visitato prima. A loro va la mia gratitudine più profonda, e un affetto incondizionato.

il secondo viaggio

 

Ci volle un anno per organizzare il secondo viaggio in ogni dettaglio - dalle scuole alla famiglia che mi avrebbe ospitato - e decisi di sfruttarlo iscrivendomi al primo anno di lingue orientali all'Università Sapienza di Roma. Fu in occasione di questo viaggio che visitai gran parte del Paese, vivendo ad Osaka, e spingendomi fino a Hiroshima ad ovest e fino a Sapporo nel nord-est.

Durante l'anno ad Osaka fui ospitata da quella che ormai considero una seconda famiglia, i Sakaguchi. Loro possiedono il Calabash Tennis Club, oltre a un ristorante italiano e una piccola pensione a Hyotan-Yama (la "montagna delle hyotan", tipiche zucche tradizionalmente utilizzate per ricavarne fiaschette), nella zona collinare a est di Osaka, a pochi chilometri da Nara. Ogni sera, dal bordo dello stagno in giardino, potevo vedere il sole calare sulla città, e godere di alcuni tra i più bei tramonti autunnali che abbia mai ammirato. D'estate, potevo ascoltare dalla mia camera il frinire delle cicale (semi) e il saltare fuori dall'acqua delle carpe koi nello stagno, e il gracidare delle rane-toro (ushi-gaeru) di notte. Con l'oscurità, il ruscello vicino al tennis club si popolava di lucciole (hotaru). Poco a monte di casa nostra c'era un tranquillo cimitero tradizionale, e più su la cima della collina. A valle qualche risaia, una serie di negozietti e ristoranti, la stazione ferroviaria e il piccolo tempio shinto locale, con le sue kitsune (statuette raffiguranti volpi bianche, messaggere di Inari O-kami, la divinità giapponese della fertilità e dell'agricoltura, e protettrice dei guerrieri). Non era una zona turistica e non vi abitavano stranieri, ricordo che i primi tempi i bambini mi guardavano con curiosità, e appena me ne accorgevo gli sorridevo divertita e li salutavo con la mano.

Nel corso dei primi mesi mi concentrai esclusivamente sullo studio della lingua giapponese presso la Abeno YMCA di Osaka, insieme ad altri studenti stranieri provenienti da tutto il mondo. I miei compagni arrivavano principalmente dalla Cina, seguivano poi quelli di Corea, Nepal, Myanmar e altri paesi asiatici. Per tutto l'anno ebbi il costante supporto di Honda-sensei, mia insegnante e supervisor, che mi invitò con una certa regolarità agli incontri del Y's Men's Club per raccontare loro come procedeva la mia esperienza in Giappone, e per prendere parte ad alcune loro iniziative. I corsi di lingua della YMCA si basano su un tipo di apprendimento molto diretto: non ricordo un solo insegnante che abbia mai parlato una lingua diversa dal giapponese, neanche il primo giorno di lezione, quello che è certo è che partimmo dalle cose più semplici e in brevissimo tempo fummo in grado di comunicare sia tra di noi che al di fuori della scuola.

La YMCA mise a mia disposizione anche una ragazza giapponese, Akiko, per esercitarmi nella conversazione una volta a settimana. Presto inziammo a trascorrere insieme anche il tempo libero, incontrandoci fuori scuola e andando insieme nei centri commerciali di Tennoji. Una volta le feci visita per tutto il weekend a casa sua, in campagna, dove fotografai i fiori di loto e le hyotan coltivati da suo padre, e dove accendemmo qualche piccolo hana-bi (fuoco d'artificio) e dormimmo nei tradizionali futon stesi sui tatami, dopo aver fatto un lungo bagno rilassante nella vasca di casa.

Durante il secondo semestre frequentai finalmente anche i corsi alla Kogei Senior High School, che furono quanto di meglio potessi desiderare: i loro laboratori sono attrezzatissimi, e la camera oscura un sogno a occhi aperti. Io scelsi di frequentare il corso di fotografia in bianco/nero e stampa in camera oscura tenuto da Huma-sensei, e quello di scultura tenuto da Hirashima-sensei, dove appresi la lavorazione dell'argilla al tornio e la tecnica di creazione dei tombodama (tradizionali perle in vetro, di dimensioni variabili, create fondendo e modellando su fiamma viva delle canne di vetro). Ho avuto degli insegnati stupendi, e stretto amicizie indimenticabili. Amicizie che ho coltivato in ogni istante, e che ho cercato di mantenere anche in seguito. Ancora oggi, a distanza di anni, uno dei periodi dell'anno che aspetto con maggior trepidazione è quello che precede il Natale, e che coincide con la gita annuale in Italia degli studenti del secondo anno della Kogei.

Dopo la scuola, avevo l'abitudine di raggiungere la mia "mamma" giapponese al Kansai Italiago Bunka Center (Centro di Lingua e Cultura Italiana del Kansai, del quale Hisayo è fondatrice e direttrice) e di aiutarla ad organizzare iniziative di vario genere, oltre a fare qualche supplenza se uno dei maestri di italiano non poteva tenere lezione. Nel tempo libero, mi capitava di accompagnarla alle sue lezioni di koto (uno degli strumenti musicali della tradizione giapponese, insieme allo shamisen e ai tamburi taiko). Ogni tanto mi capitava di cucinare italiano per tutta la famiglia, e un paio di volte finimmo a cantare con il loro karaoke. Ricordo che Yoshio (il papà) apprezzò la mia interpretazione di "Stairway to Heaven" dei Led Zeppelin, mentre Tomoo (uno dei due figli) si cimentò con "Dancing Queen" degli Abba, mentre Hisayo ci deliziò con una splendida canzone tradizionale giapponese.

 

il castello di himeji

 

himejiLo spettacolare castello di Himeji, comunemente noto come "castello dell'airone bianco" (shirasagi-jo) per via del colore candido delle sue pareti e per la forma intesa a richiamare l'idea di un airone mentre spicca il volo, è considerato uno dei più mirabili e meglio conservati esempi di castello giapponese.

Il castello di Himeji è universalmente riconosciuto come uno dei tre maggiori castelli giapponesi, e rimane ad oggi il più grande e visitato ogni anno, con i suoi 83 edifici e i suoi avanzati sistemi di difesa risalenti al periodo medievale.

Nel 1993, il castello di Himeji è stato tra i primi siti in Giappone ad essere dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Il torrione, alcune torri minori e i corridoi "i-ro-ha-ni" sono inoltre considerati tesoro nazionale.

cultura e folklore

Il castello di Himeji è apparso molto frequentemente in film sia occidentali che giapponesi, come ad esempio i capolavori di Akira Kurosawa Kagemusha e Ran.

Esiste tutta una serie di leggende popolari giapponesi che hanno questo castello come sfondo di avvenimenti misteriosi. Ne è un esempio il racconto del "pozzo di Okiku", ubicato in uno dei cortili del castello, che narra di come Okiku stessa fu falsamente accusata di aver perso alcuni piatti facenti parte dei tesori di famiglia, e per questo uccisa e gettata nel pozzo. Da allora il fantasma della povera Okiku può essere sentito di notte mentre conta i piatti in tono sconsolato.

La leggenda della "pietra della vedova", invece, narra che durante la realizzazione del torrione del castello Toyotomi Hideyoshi rimase a corto di pietre, così un'anziana donna venuta a sapere di questo problema gli diede la sua macina in pietra, sebbene le servisse per lavorare. Quando la voce si sparse, altre persone iniziarono a donare pietre a Hideyoshi, per consentirgli di completare rapidamente il castello. Ancora oggi, la presunta "pietra della vedova" può essere osservata in una delle pareti del castello, ricoperta da una rete metallica.

 

hiroshima

 

hiroshimaPur essendo trascorso oltre mezzo secolo, Hiroshima è ancora istintivamente associata da noi occidentali agli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene i livelli di radiazioni rimangano ad oggi lievemente più alti che nel resto del Paese, si tratta di una città estremamente attiva e interessante che merita di essere visitata e conosciuta.

Si tratta infatti della città più popolosa della regione del Chugoku, oltre che di uno dei maggiori fulcri dell'industria manifatturiera e automobilistica del Giappone.

Fiori all'occhiello della città, che insieme a Tokyo e Kyoto rientra da alcuni anni nella Lonely Planet's list of the World's Top 200 Cities, sono certamente gli stabilimenti della Mazda Motor Corporation, l'orchestra sinfonica, i numerosi musei, il castello (che ospita un museo sulla vita nel Periodo Edo), gli splendidi parchi e giardini e svariati templi, oltre alle forti squadre di baseball, calcio, pallavolo e pallamano.

Hiroshima è anche famosa per le ottime okonomiyaki, specie di frittate preparate con farina, uova, cavolo e diversi altri ingredienti come carne o pesce a seconda delle preferenze ("okonomi" significa letteralmente "come vuoi" o "come più ti piace"), cotte alla piastra e ricoperte da una salsa densa e dolciastra chiamata otafuku e fiocchi di pesce o fiocchi d'alga. A differenza delle okonomiyaki di Osaka, i cui ingredienti vengono generalmente mischiati prima della cottura, quelle di Hiroshima sono preparate a strati.

il parco e il museo della memoria

I giapponesi dicono che una visita al Peace Memorial Museum di Hiroshima basta per tutta la vita: dopo esserci stata ho capito il perchè. Il museo sorge all'interno del Peace Memorial Park, disseminato di monumenti e targhe commemmorative decorate con lunghe collane di origami della gru (simboliche preghiere per la pace), poco distante dal Genbaku Domu. L'intero parco, con i suoi monumenti e il museo, è dedicato alla memoria delle vittime dirette e indirette dell'esplosione atomica del 6 agosto 1945 (stimate in circa 140.000 vite umane) oltre a fungere da monito contro gli orrori del nucleare e da appello alla pace nel mondo.

Il Genbaku Domu, anche noto come "Atomic Bomb Dome" o "A-Bomb Dome", è un edificio che all'epoca del bombardamento atomico su Hiroshima sorgeva quasi esattamente sotto il punto di detonazione della bomba (che esplose a soli 150 metri dal Dome, ad un'altezza di 600 metri dal suolo) e che miracolosamente resistette alla potente deflagrazione, diventando simbolo del bombardamento. Inizialmente il Genbaku Domu avrebbe dovuto essere smantellato insieme alle altre macerie della città, ma dopo numerose controversie si decise di preservarlo in memoria di tutte le vittime del bombardamento.

Il Peace Memorial Museum, aperto nel 1955 all'interno del parco, presenta gli avvenimenti del bombardamento nucleare con lo scopo di contribuire all'abolizione delle armi atomiche nel mondo e di promuovere la pace. Il percorso all'interno del museo si snoda tra gigantografie di immagini dell'epoca, annotazioni storiche sugli avvenimenti che portarono a decretare proprio Hiroshima come target ideale per il bombardamento, plastici e ricostruzioni della città prima e dopo l'esplosione, video e documentari, reperti e oggetti di vario genere per far comprendere ai visitatori la potenza dell'esplosione e le conseguenze del calore e delle radiazioni sprigionate.

Dal 1994, il Peace Memorial Museum è suddiviso in due sezioni principali:

  • ALA EST - dedicata alla storia di Hiroshima prima della bomba atomica, all'evoluzione degli eventi che portarono al bombardamento, alla vita degli abitanti durante la Seconda Guerra Mondiale e dopo l'esplosione atomica, oltre ad un plastico che mostra i danni riportati dalla città come conseguenza dell'esplosione e ad informazioni sugli sforzi per la pace nel mondo.
  • ALA OVEST - focalizza l'attenzione sui danni dell'esplosione, con aree dedicate all'esposizione di reperti quali abiti, orologi e capelli appartenuti alle vittime, alla comprensione di cosa accadde a legno, pietra, metallo, vetro e carne esposti all'intenso calore, ai danni causati dalla potenza dell'esplosione, oltre al dettaglio degli effetti e delle sofferenze fisiche sofferte dagli esseri umani e dagli animali esposti.

La parte che sicuramente mi ha colpita maggiormente, e che resterà indelebilmente impressa nella mia mente, è quella che illustra il modo devastante in cui migliaia di esseri umani persero la vita negli istanti immediatamente successivi all'esplosione della bomba Little Boy sganciata dall'Enola Gay, e ancor di più la spiegazione di quali atroci sofferenze patirono le persone che sopravvissero ma che furono irrimediabilmente esposte alle radiazioni, morendo dopo giorni mesi o anni in seguito alle lesioni riportate e ai tumori sviluppati.

Apprendere che uno dei motivi per i quali fu lucidamente prescelta Hiroshima furono le condizioni meteo favorevoli (che avrebbero permesso agli americani di filmare e studiare la portata dell'esplosione), o leggere che oltre il 90% dei medici e delle infermiere della città rimasero uccisi o feriti durante l'esplosione mi fa ancora sentire un lungo brivido lungo la schiena e mi toglie il fiato.

Si calcola che oltre 70.000 persone di ogni età, sesso ed estrazione sociale persero la vita negli istanti successivi all'esplosione, e che un numero compreso tra 90.000 e 166.000 persone perirono entro la fine dell'anno in seguito alle ferite riportate, all'impossibilità di ricevere soccorsi tempestivi e adeguati, e alle conseguenze dell'esposizione alle radiazioni. Si stima che nei 5 anni successivi all'esplosione il totale delle vittime salì a 200.000 a causa dei cancri sviluppati e di altre conseguenze a lungo termine, e ad oggi rimane impossibile calcolare quante siano state le vittime totali.

Il 6 agosto di ogni anno, all'interno del Peace Memorial Park, la città di Hiroshima ospita la Peace Memorial Ceremony per pregare per il raggiungimento della pace in tutto il mondo. Alla cerimonia - che ha inizio alle 8.00 del mattino e dura tutto il giorno - prende parte un fiume di cittadini, inclusi i familiari delle vittime. Alle 8.15, l'ora in cui esplose la bomba, viene religiosamente osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime, mentre la sera si svolge l'ormai tradizionale cerimonia delle lanterne, durante la quale gli spiriti delle vittime vengono affidati al fiume Motoyasu insieme a lanterne galleggianti recanti messaggi di pace.

i mille origami della gru della piccola sadako

Sadako Sasaki era una bimba di due anni quando la bomba atomica fu sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945. Quella mattina Sadako si trovava a casa, a poco più di un chilometro dall'ipocentro dell'esplosione. Verso la fine del 1954, a soli 11 anni, sul collo e dietro le orecchie di Sadako comparvero tumefazioni e rigonfiamenti, e pochi mesi più tardi le sue gambe si coprirono di macchie rosse. Fu ricoverata il 21 febbraio 1955 e le fu diagnosticata una forma di leucemia che le avrebbe lasciato al massimo un anno di vita.

Il 3 agosto 1955 la migliore amica di Sadako, Chizuko Hamamoto, le fece visita in ospedale e piegò per lei un origami della gru, in riferimento all'antica credenza giapponese che chiunque pieghi mille origami a forma di gru potrà esprimere un desiderio.

Sebbene Sadako avesse molto tempo libero durante il ricovero in ospedale, le era difficile reperire la carta necessaria a piegare tanti origami. La sua amica Chizuko iniziò quindi a portarle della carta da scuola, e Sadako cominciò ad utilizzare anche le confezioni dei medicinali e a visitare le stanze degli altri pazienti chiedendo di poter usare i biglietti d'auguri di pronta guarigione che ricevevano.

Sadako morì la mattina del 25 ottobre 1955 all'età di soli 12 anni, in seguito al progressivo aggravarsi della sua malattia. Quando se ne andò era circondata dai suoi familiari.

Una credenza popolare narra che Sadako non fece in tempo a creare tutti gli origami necessari per esprimere il suo desiderio, così i suoi amici completarono quelli mancanti e li seppellirono insieme a lei. Altre fonti riportano che Sadako raggiunse il traguardo in tempo, e che continuò a piegare origami fin quando le fu possibile.

Dopo la morte di Sadako, i suoi amici e compagni di scuola pubblicarono una raccolta di lettere destinate alla raccolta di fondi per la costruzione di un monumento in memoria di tutti i bambini che persero la vita in seguito agli effetti della bomba atomica. Nel 1958 una statua rappresentante Sadako intenta a sorreggere l'origami di una gru venne inaugurato nei pressi del Genbaku Dome, nel Peace Memorial Park di Hiroshima. Ai piedi della statua una targa commemorativa recita: " this is our cry - this is our prayer - peace on earth."

Scopri come creare l'origami della gru.

 

sapporo e il sud-ovest dell'hokkaido

 

sapporoAl mio arrivo in Giappone non avrei mai pensato di arrivare a visitare l'Hokkaido. Non sapevo bene cosa aspettarmi, fino ad allora avevo solo visto foto del festival invernale della neve e del popolo Ainu.

Mi sono recata al nord in estate, durante la fioritura dei campi di patate e delle coltivazioni di lavanda e girasoli: uno spettacolo per gli occhi e per il cuore. Ho fatto tappa nella panoramica Hakodate e nella graziosissima Otaru, prima di giungere in treno a Sapporo dove ho visitato la città e il bellissimo giardino botanico. Il soggiorno è proseguito con visite nelle fattorie locali, rilassanti bagni nelle acque termali degli onsen, divertenti escursioni in mountain-bike sui vulcani del posto alla scoperta di una natura incontaminata e di colorati laghi sulfurei.

nikka, il whisky del nord

Una visita estremamente interessante riguarda la distilleria Nikka di Yoichi, uno degli stabilimenti storici per la produzione di whisky in Giappone. Il fondatore, Masataka Taketsuru, discendeva da una famiglia che possedeva una fabbrica di sake a Hiroshima fin dal 1733. Taketsuru si recò personalmente in Scozia nel 1918 per apprendere i metodi di distillazione del whisky e nel 1919 seguì i corsi di chimica organica all'Università di Glasgow, lavorando in svariate distillerie scozzesi.

Nel 1920, sebbene entrambe le famiglie fossero contrarie, sposò la giovane Rita Cowan di Middlecroft. Inizialmente i due vissero a Campbeltown, e Taketsuru trovò impiego presso la distilleria Hazelburn. Nel 1920 si trasferì con la moglie in Giappone, e qui Taketsuru lavorò per la Kotobukiya (che in seguito fu assorbita dalla Suntory) dove collaborò alla costruzione di una distilleria di whisky per conto del produttore di vino Shinjiro Torii.

Fu nel 1934 che finalmente Taketsuru riuscì a fondare la sua compagnia, inizialmente chiamata Dai Nippon Kaju K.K. e poi ribattezzata semplicemente Nikka, nel nord del Giappone. Era qui che Taketsuru credeva di aver trovato le condizioni più simili a quelle della Scozia, fondamentali per la produzione di un buon whisky. La moglie di Taketsuru, Rita, morì nel 1961 e lui la seguì nel 1979. Entrambi sono seppelliti a Yoichi.

L'azienda fu venduta per la prima volta nel 1940 ed è attualmente parte della Asahi, azienda nota soprattutto per la produzione di birra. Ogni giorno visite guidate della distilleria sono a disposizione dei numerosi turisti.

 

kyoto

 

kyotoKyoto, antica capitale di indescrivibile bellezza, custodisce alcuni tra i più bei templi di tutto il Giappone.

Ecco così a breve distanza l'uno dall'altro il Kiyomizu-dera, che domina la città dall'alto della sua impalcatura lignea mozzafiato, il padiglione dorato Kinkaku-ji, il padiglione d'argento Ginkaku-ji, il delicato giardino zen Ryoan-ji, lo splendore delle mille statue dorate del Sanjusangen-do, la raffinatezza delle geiko e delle maiko di Gion, e la magnificenza dei boschi d'acero in autunno.

 
 

nara

 

naraTra le colline sorge Nara, l'antica capitale famosa per l'imponente tempio buddhista Todai-ji. Il suo edificio principale è la maggiore costruzione lignea al mondo, realizzata per ospitare il Daibutsu, la più grande statua bronzea esistente del Buddha Vairocana. Tutto intorno si estende il magnifico parco del tempio con i suoi giardini, gli stagni e gli amati cervi shika - abituati alla presenza dell'uomo - ritenuti nello shintoismo messaggeri degli Dèi. Poco oltre sorgono il tempio buddhista Kofuku-ji, con la sua splendida pagoda, e il Kasuga-taisha, tempio shinto famoso per le innumerevoli lanterne in pietra e in bronzo.

 
 

osaka

 

osakaLa cosa che per prima colpisce all'arrivo in aereo ad Osaka è certamente lo stupefacente Kansai International Airport, progettato da Renzo Piano.

Tra le zone che amo di più della città figurano il castello (Osaka-jo) e il suo parco (Osaka-jo-koen), oltre all'affollato-ordinato caos di Tennoji, Dotonbori e Umeda. Osaka è anche la città del bunraku (il tradizionale teatro di burattini), dei grandi musei, dei dorati viali di ginkgo biloba. Ci sono poi tutti i piccoli ristoranti tradizionali, ognuno specializzato in una particolare prelibatezza.

 
 

la cucina giapponese

 

cucina giapponeseColoro che pensano che la cucina giapponese sia esclusivamente sinonimo di pesce crudo, farebbero bene ad approfondire accuratamente l'argomento, rimanendo di certo piacevolmente sorpresi dall'enorme varietà e qualità di questi cibi: dal sushi (che ad Osaka si può mangiare anche con le mani) alle okonomiyaki, dalle zuppe (ramen, soba e udon) al katsudon, fino ai prelibati dolci di azuki e ai takoyaki venduti durante le feste estive, la cucina giapponese vanta un panorama di sapori - nonché di cura nella presentazione dei piatti - assolutamente unici e prelibati che meritano di essere scoperti.

Chi non ama il pesce crudo potrebbe quindi trovare di proprio gusto i saporiti spiedini di pollo (yakitori) e l'ottima carne alla griglia (yakiniku), oppure una bella cotoletta di maiale (tonkatsu) o una frittura di gamberoni e verdure (tempura), per non parlare dello shabu-shabu, del nabe e del sukiyaki, che somigliano molto alle nostre fondute. Presa confidenza con questi sapori molto simili ai nostri, diventerà più facile anche imparare a conoscere e ad apprezzare i piatti di pesce crudo tipici del Giappone: il sashimi e il sushi.

il sushi

cucina giapponeseIl sushi si divide in numerosissime tipologie, caratterizzate dagli stessi ingredienti di base - pesce crudo e riso - combinati però in modi differenti. Si ottengono così i classici nigirizushi (polpettine di riso modellate a mano, con una punta di wasabi e una singola fettina di pesce in cima), i futomaki e gli hosomaki (rotoli larghi e rotoli stretti), i temaki (coni avvolti in alga nori), il chirashizushi (ciotola contenete il riso e gli altri ingredienti mischiati) e altre varietà molto prelibate e pittoresche.

Inutile dire che la freschezza del pesce utilizzato per preparare il sushi ha un'importanza fondamentale sia per la qualità dei sapori che per la salute, è quindi opportuno recarsi esclusivamente in ristoranti e sushi-bar specializzati, dove sia possibile verificare direttamente sia la freschezza dei tranci di pesce disponibili, che osservare lo chef all'opera. L'itamae è il tipo di chef più rispettato in Giappone, quello più legato alla tradizione e quello che intraprende il cammino più lungo prima di diventare capo di una cucina.

La scelta e la preparazione del riso (chiamato shari, o semplicemente gohan) richiedono una grande esperienza. Il riso viene accuratamente selezionato tra le varietà giapponesi a chicco corto, e preparato con aceto di riso, zucchero, sale e - occasionalmente - alga kombu e sake, e poi lentamente raffreddato a temperatura ambiente.

In occidente il wasabi, tipica salsa verde dal sapore particolarmente piccante (ricavata dal rizoma dell'omonima varietà di ravanello, spesso mischiato con rafano e altre spezie meno pregiate), viene di solito servito a parte; in realtà dovrebbe invece essere spalmato tra il riso e il pesce durante la preparazione. Il wasabi è noto per le sue proprietà digestive e antibatteriche, molto utili quando si mangia pesce crudo, e studi recenti sembrano confermare che contribuisca anche ad elevare la soglia di percezione del dolore.

Quando mi capita di portare al ristorante qualche amico alla sua prima esperienza con la cucina giapponese, in genere trovo raccomandabile ordinare "poco di tutto" in modo da offrire un assaggio per lo più di pietanze cotte, e solo qualche pezzo di sushi. Normalmente il sushi di salmone e di gambero è più dolce, e per questo motivo maggiormente apprezzato dagli occidentali. Una volta presa confidenza con questi due tipi di pesce, diventa possibile passare in tutta tranquillità a sapori meno dolci - ma altrettanto buoni - come ventresca di tonno, branzino, calamaro, polpo e sarde, per arrivare gradualmente ad assaggiare anche il sushi di anguilla, uova di pesce o riccio di mare.

Scopri come riconoscere un buon ristorante di sushi
Visita il sito ufficiale AIRG - Associazione Italiana Ristoratori Giapponesi

 

il giardino giapponese

 

giardino giapponeseLa realizzazione dei giardini rappresenta in Giappone una delle più alte forme d'arte, strettamente collegata alla calligrafia (shodo) e alla pittura a inchiostro. Storicamente, le tecniche e i segreti per la creazione dei nihon teien (giardini nello stile tradizionale giapponese) venivano tramandati dal maestro (sensei) al suo apprendista. Di recente sono nate anche vere e proprie scuole.

Sebbene nel tempo il giardino giapponese abbia subìto alcune variazioni e si siano delineati differenti stili, gli elementi che in genere lo caratterizzano sono l'acqua (reale o simbolica), un ponte, un sentiero di stepping stones (pietre che consentono il passaggio dei pedoni sull'acqua o sull'erba), rocce (isolate o in gruppi), lanterne (tipicamente in pietra), una casa del tè o un padiglione, un elemento di contenimento (muro, recinto o siepe in stile tradizionale).

Il largo impiego di pietre, acqua e vegetazione ha funzioni specifiche in accordo con lo scopo del giardino, che può andare dalla meditazione alla ricreazione, fino all'esposizione di piante rare o rocce dalla forma particolare.

Le rocce vengono normalmente utilizzate per creare sentieri, ponti e passaggi, ma possono anche rappresentare elementi geologici laddove monti e colline reali non siano visibili. Una fonte d'acqua dovrebbe essere naturalmente presente in un giardino giapponese, per questo motivo invece di fontane vere e proprie vengono creati stagni e corsi d'acqua apparentemente naturali, spesso enfatizzati da una lanterna in pietra. Anche la vegetazione ha un ruolo importante nel giardino giapponese, che tende a prediligere delicati toni di verde, sebbene spesso siano presenti anche cespugli e alberi da fiore.

tipologie di giardino giapponese

I principali stili di giardino giapponese sono i seguenti:

  • Kare-sansui - principalmente influenzati dal buddhismo zen, sono anche noti come "giardini zen" o "giardini rocciosi". I giardini zen sono fortemente simbolici, e rappresentano veri e propri paesaggi in miniatura, espressione della bellezza cosmica in un mondo materialista. In questo tipo di giardino sono sempre presenti elementi fissi quali edifici, verande, sentieri, colline artificiali e rocce, mentre le piante e gli alberi mutano durante tutto l'anno e vengono potati e modellati solo dai giardinieri più esperti. A differenza di altri giardini tradizionali, i karesansui non prevedono la presenza di acqua, bensì di sabbia o ghiaia - rastrellata o meno - come rappresentazione simbolica di mari, oceani, fiumi o laghi. I monaci zen rastrellano la ghiaia per rendere l'idea delle onde, e per aiutare la meditazione. Le rocce e il muschio possono invece rappresentare montagne, isole, imbarcazioni o anche esseri umani. I maggiori esempi di giardino zen sono il Ryoan-ji e il Daisen-in, entrambi nei pressi di Kyoto.

  • Kaiyu-shiki teien - I giardini kaiyushiki sono forse tra i più spettacolari e apprezzati in Giappone. La loro caratteristica principale - espressa nel concetto di "celare e svelare" del nome - consiste nel fatto di poter essere ammirati in pieno soltando man mano che si percorre il tracciato obbligatorio previsto dal loro creatore, offrendo a ogni passo dettagli non visibili da altri punti quali ad esempio specchi d'acqua, colline aritificiali, piante o alberi modellati in modo artistico per creare di volta in volta vere e proprie cartoline di spettacolare bellezza. In determinati punti, la superficie del sentiero da percorrere può essere volutamente irregolare, con il preciso scopo di costringere le persone a guardare verso il basso fino al raggiungimento del punto dove è possibile sollevare lo sguardo e stupirsi alla vista di un elemento o di un'area di particolare pregio estetico. Spesso un giardino kaiyushiki può veder rappresentati al proprio interno luoghi e panorami giapponesi famosi per la loro valenza scenica. Il Shinjuku Gyoen ed il Rikugi-en di Tokyo sono noti esempi di giardino kaiyushiki.

  • Hira-niwa - è il cosiddetto "giardino piatto", nonchè una delle tipologie di giardino più antiche del Giappone (risalente nelle sue forme più semplici al 6° secolo, benché i primi riferimenti scritti pare risalgano solo al 18° secolo). Il nome deriva dall'utilizzzo di forme e spazi piatti per la creazione di un'area adatta alla meditazione. Secondo il buddhismo zen, per raggiungere l'illuminazione è richiesta la massima semplicità: per questo nello stile hiraniwa ricorrono frequentemente motivi circolari, simbolo del cerchio della vita ma anche di felicità e pienezza. Gli elementi caratteristici degli hiraniwa riprendono quelli dei giardini zen (karesansui), ma con una maggiore varietà di forme e piante disposte in modo più decorativo e gradevole. Si ha quindi un'area di ghiaia piatta - di solito adiacente alla residenza dalla quale viene ammirato il giardino - circondata sul lato opposto da cespugli, alberi e gruppi di rocce. Altri elementi decorativi possono includere pagode (tahoto), vasche d'acqua in pietra (tsukubai), pozzi, lanterne e stepping stones che hanno la funzione di guidare la vista verso un punto preciso. Gli hiraniwa sono generalmente utilizzati in residenze private, più raramente nei templi.

  • Tsukiyama-niwa - questo termine indica giardini caratterizzati dalla presenza di una collina artificiale (tsukiyama, per l'appunto) generalmente combinata con uno stagno e un corso d'acqua e varie piante, cespugli e alberi. È di solito contrapposto all'hiraniwa, il giardino "piatto", e viene studiato in ogni dettaglio per apparire più spazioso di quanto sia in realtà. Questo straordinario risultato è raggiunto utilizzando la vegetazione per escludere dal campo visivo gli edifici circostanti e indirizzare lo sguardo del visitatore su monti non troppo lontani, creando l'illusione che questi facciano parte del giardino stesso. Stagni, ruscelli, colline artificiali, pietre, alberi, fiori, ponti e sentieri sono gli elementi più frequentemente utilizzati in questa tipologia di giardino. Lo stile più comune di giardino tsukiyama è detto "della tartaruga e della gru", animali simbolo di lunga vita e felicità spesso presenti su due isole interne al giardino, unitamente ad una terza isola dedicata all'eterna giovinezza. Molti tra i più bei giardini tsikuyama si trovano a Kyoto, come quelli dei templi Tenryu-ji, Saiho-ji, Kodai-ji e Daigo-ji (con l'annesso Sanbo-in).

  • Cha-niwa - con l'introduzione in Giappone della cerimonia del tè nel 14° secolo, anche i giardini chaniwa fecero la loro comparsa. Letteralmente, chaniwa significa "giardino del tè", anche se in molti casi non si tratta di un vero e proprio giardino bensì di un sentiero nel verde che conduce alla chashitsu, la stanza principale dove si svolge la cerimonia. Elemento caratteristico di questi giardini è la disposizione di un sentiero di stepping stones che conducono alla casa del tè, oltre a lanterne e vasche in pietra - chiamate tsukubai - dove gli ospiti sciacquano mani e bocca per purificarsi prima di prendere parte alla cerimonia. Lo scopo del chaniwa consiste nel creare un senso di solitudine e distacco dal mondo, e trattandosi di giardini legati alla cerimonia del tè, raramente sono aperti al pubblico.

storia del giardino giapponese

La lunga tradizione dei giardini giapponesi è frutto di un complesso intreccio religioso e culturale sviluppatosi durante i secoli. Originariamente, nel Periodo Asuka (537-710), la loro funzione consisteva nel rappresentare le regioni montuose della Cina come espressione del buddhismo e del taoismo in Giappone. In seguito, nel Periodo Heian (794-1185), la loro funzione religiosa si estese a "luogo per cerimonie, svago e contemplazione".

Fu però nel Periodo Kamakura (1185-1333) e nel Periodo Muromachi (1336-1573) che le tecniche di giardinaggio e realizzazione fecero i maggiori progressi, favorendo la diffusione del giardino giapponese nelle abitazioni private, nei parchi, ed intorno a templi e castelli, arrivando a suscitare l'interesse degli shogun.

Nel Periodo Edo la cerimonia del tè entrò sempre di più nella cultura giapponese. Da simbolo religioso, i giardini divennero ben presto il simbolo del gusto, del potere e del prestigio degli shogun. I massimi esempi di case del tè e giardini risalenti a questo periodo possono essere ammirati nel Kenroku-en di Kanazawa, nel Koraku-en di Okayama, nel Ritsurin Koen di Takamatsu, nel Koishikawa Korakuen di Tokyo e nel Suizen-ji Koen nella prefettura di Kumamoto.

Con l'avvento della modernizzazione del Giappone nel Periodo Meiji (1868-1912), i famosi giardini tradizionali divennero proprietà di uomini d'affari e politici. Alcuni di questi sono tutt'ora aperti al pubblico.

 

momiji - gli aceri color fuoco dell'autunno giapponese

 

momijiInsieme alla primavera, l'altro periodo davvero magico per visitare il Giappone è sicuramente l'autunno. È in questo periodo dell'anno, infatti, che i boschi di momiji si colorano di rosso fuoco, offrendo uno spettacolo di rara bellezza. Non ci sono parole per descrivere la calda atmosfera e il profondo senso di pace che in autunno pervade i templi shintoisti con i loro portali d'ingresso (torii) e le strutture lignee dipinte di rosso, e i templi buddhisti con le loro lanterne in pietra e le alte pagode. Ed è così che ci si perde in un mondo pervaso dai colori del legno, dell'oro e del fuoco e si ritrova il contatto con sé stessi e con la natura.

 
 

sakura - la fioritura dei ciliegi

 

sakuraLa fioritura dei ciliegi, chiamati in giapponese sakura, rappresenta sicuramente uno degli eventi naturali più apprezzati e carichi di significato in Giappone. Ha il suo culmine nell'hana-mi, la secolare tradizione di fare pic-nic sotto ai ciliegi e ai pruni in fiore, che risale addirittura al Periodo Nara (710-794). L'hana-mi era inizialmente dedicato ai pruni, poi gradualmente i ciliegi divennero sempre più importanti, fino a diventare sinonimo di "fiore" nella poesia haiku e tanka.

Le varietà di ciliegi che è possibile ammirare nei parchi, tra i boschi, nei pressi dei templi e all'interno dei giardini privati sono state selezionate nei secoli per offrire una fioritura abbondantissima e spettacolare, spesso associata alla forma delle nuvole (per la loro caratteristica fioritura en masse), tanto che quando i petali vengono portati via dal vento sembra stia nevicando.

Non è un caso che i fiori di ciliegio siano considerati metafora della natura effimera della vita, e vengano ricollegati al concetto buddhista noto come mono no aware, che esprime la consapevolezza della transitorietà delle cose, e la dolce tristezza legata al loro fugace passaggio. Alcune tradizioni popolari narrano che un tempo il fiore di ciliegio fosse bianco, e che prese il suo colore rosa dopo che un imperatore fece seppellire ai suoi piedi i samurai caduti in battaglia.

La fioritura dei ciliegi ha inizio ad Okinawa a gennaio, e con il graduale sopraggiungere di temperature più miti anche al nord il fronte si sposta man mano verso Kyoto e Tokyo tra la fine di marzo e l'inizio di aprile, per arrivare fino in Hokkaido qualche settimana più tardi. La fioritura dei ciliegi è talmente importante che i servizi meteo giapponesi offrono costanti e dettagliate informazioni e previsioni sullo spostamento del fronte da sud a nord.

 

tombodama

 

tombodamaI tombodama sono piccole perle decorative di dimensioni variabili, realizzate fondendo stecche di vetro su fiamma viva, modellandolo a caldo su sottili bastoncini in metallo da far ruotare per donare la forma sferica. Stando a quanto riportato da documenti quali il Nihon Garasu Kogyo-Shi (storia dell'industria vetriera giapponese), la produzione di perle in vetro vanta origini antichissime e ha avuto la sua culla nell'area di Sakainokuni, nei pressi dell'attuale città di Sakai. Queste piccole sfere decorative prendevano il nome di "senshudama" o "sakatombo".

L'origine dei tombodama risale probabilmente al Periodo Nara (710-794). È documentato che nel primo Periodo Meiji (1868-1912) i metodi per la produzione di tombodama erano conosciuti e largamente impiegati nella zona di Izuminokuni, l'attuale città di Izumi. Artigiani come Kiyomatsu Kamiyama si prodigarono per diffondere le tecniche legate alla creazione di queste perle in vetro, favorendone la produzione a livello locale e tramandandone i segreti fino ai nostri giorni. Oggi la produzione di tombodama viene ancora praticata e portata avanti con dedizione. Nella città di Izumi è particolarmente noto il laboratorio artigianale Sangetsu Koubou, di Tokiharu Komizo.

...seguimi anche su facebook!


Se ti piace questo sito e vuoi essere sempre aggiornato sulle novità della piccola "ape operosa", clicca sul pulsante "MI PIACE" che trovi più in basso ed entra a far parte della mia community su FaceBook!